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Kansai Episodio 2 PDF Stampa E-mail
Scritto da sgab   
Lunedì 21 Febbraio 2011 00:21

KANSAI2 by frankansai

Tutto brucia e dalla città senza più sovrastrutture nasce LEI, la pazza, l’invisibile, passa attraverso i muri, e con i suoi occhi strabici ma attenti, vede e racconta la vera realtà….e quello che c’è dietro.

La città brucia, non si riesce a vedere più lontano di 3 palmi, c’è nebbia, fumo, nulla è più nitido. Difficile è trovare quella verità che per decenni hai creduto fosse l’ unica visione, l’ unico modo, l’ unica facciata del mondo. Gli occhi, così appannati, non servono più a vedere con attenzione, ad osservare ed a non perdere nulla di vista, non servono più a catalogare ed immagazzinare. Una patina, una cataratta si oppone al senso comune, al conosciuto, al sincero e sicuro. La cecità consiste in una percezione ottico-visiva ridottissima o nulla. Può essere congenita, derivata da gravi affezioni dell'apparato visivo, oppure generata in seguito a traumi; colui che è considerato incapace di comprendere, del tutto o in parte, il senso di un evento o di un concetto è cieco.
La città è diventata invisibile, i suoi abitanti ciechi. Ma la cecità apre molte strade, come ci hanno insegnato, apre sensi, spirito, mente.
E allora ecco che laggiu nel fumo e nel buio kansai si avvicina, barcolla, cieca, senza corpo, sbraita, urla, si agita, piange e ride. La vedete voi o non potete vedere neanche lei? Dipana il fumo e il fuoco e gurdala, acciecata dal dolore piange e tradita e traditrice corre.

 

Kansai è proprio, come sempre un qualcosa di non chiaro, come una visione lontana. Ma, attento, stai allerto, questa sensazione, questa spiritualità e fisicità, questa impressione che ciascuno di voi può vedere e far nascere da un ambiente, un prodotto, una situazione attraverso tutti sensi , ti permette di correre, di avvicinarti con cautela.
Ma è un segnale che ti avvicina; quindi kansai, nebbia, aggettivi che proprio ti coinvolgono, quindi entri; entra dentro a questo fumo, questa nebbia;, poi questi movimenti entran; poi persone come poco prima ho detto.
Eccola si avvicina, e con il suo spirito e i suoi occhi vede…

“Brucia….brucia….ecco che finalmente tutto è puro e limpido, vedo e non vedo, sento e non sento, ma il cuore mi scoppia e sento, sento ma non vedo, sento Il vero, sento la libertà, sento le ingustizie e tutta la merda che ho sempre visto ma mai sentito così mia, cosi come parte integrante di me, sono la merda e sono lo spirito, sono il paradosso…
Corri corri corri salta entra ….
Passo attraverso i muri, passo attraverso le università barricate del sapere antiformativo fatto da personalità antiestetiche che attraverso antiverità ti spappolano cervello e palle e vedo.vedo solo io e solo io posso raccontarti e farti aprire gli occhi…ahhhhhma non puoi vedere, allora chiudi e senti, senti il fuoco e..

C’era una volta un luogo immutato e immutabile nel mondo della corruzione, del cambiamento; Sembrava che il torpore, il grigio, la calma avesse invaso quel luogo, qui, lì, ora, una volta. Lo aveva invaso, e sembrava che guardare attraverso la sua brina, quella pesante coltre di fumo, sarebbe stata un’ impresa estremamente difficile.

C’ era una volta, ma non ci è possibile fissare tempo e luogo perché, diciamolo chiaro, non ci interessano -e poi quanto sono relativi-, insomma qui, oggi, lì, tra qualche tempo, c’ era una volta un mattatoio, una struttura solida e duttile, uno spazio emozionante dove potevi ancora sentire l’ odore acre del sangue e il gusto amaro della violenza, potevi ascoltare le risate dei lavoratori e sentire il loro sudore congelato, potevi vedere ganci, binari, colonne a ricordo del passato di questo luogo,animali da macello e mandrie rinchiuse.

Questa storia non è scritta da nessuna parte, e se la cerchi non la puoi trovare in nessun libro. Ma vieni qui, aspetta un attimo, avvicina l’ orecchio a quella porta laggiù, quella colorata o quella azzurra, e ascolta, lo senti? Li senti i suoni, gli odori, i pianti e le urla?

un gruppo di giovani, studenti? compagni? Sono un gruppo, anche se gruppo non ci piace, sono…diciamo che sono coloro che si sono riusciti a togliere pesanti maglioni e giacche, pesanti vestiti e sono arrivati a togliersi pelle ,ossa, muscoli e vene in nome della libertà, dell’ essenza, della voglia di evadere e trasformare.

C’ è l’autogestione di spazio e tempo nella condivisione. C è la voglia di uscire dal recinto: lo scontro con il potere e l’ ordine che distrugge ogni pulsione individuale, contro la sorveglianza, il controllo, solo per parlare, per comunicare, per raccontare di mondo, di città, di vita, di sogni, di desideri, fuori dal recinto; contro l’ impossibilità di riunirsi, di avere un luogo da sentire proprio, casa, pensione, giaciglio, solo per sentire il pavimento il tuo letto e la parete la tua carta su cui sfogarti; contro sistemi educativi e formativi a tempo, -timbra il cartellino caro, è il tuo turno-,e solo per i tempi della libera e partecipata comprensione, scambio, partecipazione.

……….ascolta, attacca l’orecchio, lo senti questo scalpitare, questo rumore, avanza, viene verso di te, quasi ti travolge e non puoi tirarti indietro-.

Esce dal recinto il toro. Con forza spacca la griglia, la regola, il recinto, lo rompe.
E’ nata una comunità. Nella remota e terribile terra, è nato un nuovo mondo, un nuovo modo di fare e vedere, senza occhiali, pillole, barriere e lenti. è nata Multivercity.

C’ era una volta un luogo bianco e ordinato che diventato colore, emozione, progettualità, disordine e confusione. Un gruppo di ragazzi e ragazze hanno posto le basi per un nuovo stimolo; questi pazzi credono di poter cambiare il mondo, credono che l’ università deve essere il catalizzatore, il fulcro, il cuore della città e nient’ altro; che da qui tutto dove uscire e strabordare nelle le strade della città.

E allora il toro si è incazzato e ha cambiato tutto ciò che trovava attorno a lui. Il toro è entrato dentro a quel vecchio e decadente padiglione abbandonato. Ha rotto catene, porte, muri ed è entrato, lo ha riempito, lo ha affogato di oggetti, materiali, persone, progetti, spazi, idee, sogni, rivoluzioni, forza e coraggio, lacrime e sangue.
Una rivoluzione iniziata, un luogo da abitare, da vivere e non da consumare.

C’è un mucchio di mattoni che vogliono essere arco, e per essere arco, ricorda, che ogni mattone deve collaborare con l’ altro e se uno deperisce è causa di rovina per il tutto, ma se tutti resistono insieme creano una forma di impareggiabile bellezza.

Oggi c è Multivercity c’ è l’ impossibilitò di stare fermi, i piedi bollono, la testa scoppia, il cuore e l’ animo non si fermano, tanti tori e pochi recinti ma ancora alcuni da abbattere,

Brucia…tutto brucia…ma abbiamo visto, abbiamo sentito abbiamo ascoltato!!!!”

Credo che sia utile provare a dire quello che c’ è da dire su questa città, su questo rogo, su Kansai..
Che è un inizio.
Che sta arrivando.
è un frammento, è un’ architettura mentale e stimolante inquieta, inconclusa, indefiinita, quello che vediamo, quello che stai vedendo, che stai sentendo. E’ uno schizzo materializzato, un abbozzo di struttura o controstruttura sociale, è uno stimolo…

“guarda!!!cerco di uscire da questi muri ma qualcosa mi trattiene, ma la mia anima è in pena. Brucia, brucia e tutto è rosso e sogno e lo sento, sento i desideri e gli obiettivi, noi eravamo ombre, ombre dentro a quella che chiamavate quotidianità, figure invisibili, innumerabili che ogni giorno sorpassavano migliaia di sguardi”

Molto difficile definirlo con precisione. E’ allusivo come la parola detta: utile se se ne può intuire il significato. Prima dell’ idea è importante la posizione di partenza: l’ atteggiamento.
Il camminare e il vedere, il sentire, il sorpassare le intemperie e oltrepassare i roghi è un esperimento di atteggiamento.
Questi occhi sono contro il buon gusto preconcetto; manca dello stile, in quanto lo stile è la sostanza del convenzionale, è schiettamente anti-dottrinaria. E’ un criterio di coerenza. Dimostra la continuità della teoria.
Ignora i confini.

“ Brucia…sono riuscita ad uscire ma ora mi assale il pianto e la rabbia, non vedo nulla, ma sento, e brucia e il mio corpo non sostiene tutto questo. L’ uomo deve avere etica, lo stato non ha nessuna etica, assassina quando lo considera buono, da solo forma le regole e le infrange, ma… da oggi le regole non esistono più..non ci sono più ahhhh ahhh oggi è nato un nuovo campo di possibilità ed esplorazione con curiosità.”

Quello che senti e che ascolti è locale, nasce da stimoli locali. E’ scomodo: ha una sua personalità precisa.
A tratti è del tutto sperimentale. Kansai è un esperimento sul tema. Non ci si chiede perchè capitino i temi prima di aver visto che cosa comincia a nascere.
La città che brucia e prende la sua struttura è un esperimento di annullamento dei limiti. La forma che continua a svolgersi da un tema; è una sequenza. La sequenzialità nasce quando finisce un tema e ne inizia un altro.
Qui oggi si vede in modo confuso, non certo netto e memorabile, è un esperimento di mito.

“Nascerà la luce da tutto questo buio, nascerà, e già è qui, già è pronta e presente, non tornerà mai alla normalità, la festa dei folli non terminerà mai, sono pronta a dimenticare, a disegnare carezze taglienti a comprendere deviazioni, ma ora state buoni perché oggi qui ora sono io..
Le irregolarità si moltiplicano e riguadagnano terreno.
Esistono luoghi di consonanza matematica che chiamerò luoghi di acustica visiva, luoghi in cui le cose diventano decisive. Questo è uno di quelli”.

 

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